06/05/2008   17:9 1095

Dignità non sepolta in Iraq


Le perdite americane in Iraq hanno superato le 4.000 unità. Un numero simbolico al quale si aggiungono 308 soldati uccisi tra i contingenti alleati (inclusi 33 italiani) e almeno 8.000 iracheni. Spesso queste morti vengono strumentalizzate contro o a favore della guerra. Andrew Olmsted era un soldato: un maggiore dell’esercito americano caduto in Iraq il 3 gennaio 2008. Era anche un blogger. Amava così tanto scrivere sul suo blog che ha chiesto a una amica di pubblicare un ultimo post nel caso gli fosse successo qualcosa. “Sono morto – si legge nel suo ultimo intervento - ma se state leggendo queste righe, voi non lo siete, quindi prendetevi un attimo per godervi questa buona notizia”. Tutta la sua vita è riassunta in pochi paragrafi scolpiti per sempre nella rete: “Vi sto lasciando questo messaggio perché sembra che dovrò andarmene prima di quanto avrei voluto. Avrei voluto dirvi queste cose di persona, ma poiché non posso, lasciatemele dire qui”. Ma quello che più colpisce è l’onestà intellettuale con cui Olmsted - un ragazzo che ha scelto volontariamente di andare in Iraq - chiede che il suo ultimo post non venga strumentalizzato: “Se pensate che gli Usa debbano restare in Iraq, non tiratemi in ballo affermando che in qualche modo la mia morte richieda la permanenza dell’America in Iraq. Se pensate che gli Usa debbano andarsene domani, non citate il mio nome come esempio di qualcuno la cui vita è stata sprecata dalla missione in Iraq”.

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