19/05/2008   11:31 858

Clandestini come scambio


Delle “inaccettabili ingerenze” della Libia e del mondo arabo sull’eventuale ritorno a Palazzo Chigi di Roberto Calderoli, sono stati sprecati fiumi d’inchiostro. In pochi hanno scritto delle “ingerenze” italiane in Libia. Il 26 settembre 2004 l’agenzia Ansa da Roma annunciava il ritorno definitivo della Libia nella comunità internazionale. “Via l’embargo” si legge nel lungo lancio “arriveranno gli aiuti alla Libia, sotto forma di uomini e mezzi, per permettere un efficace contrasto all’immigrazione clandestina”. Per l’allora ministro dell’Interno Pisanu è stato un successo che “ha consentito il rimpatrio nei Paesi di origine di molte migliaia di clandestini”. Non una parola sulle deportazioni di massa nel deserto. Sugli arresti arbitrari e le torture. Da Lampedusa gli irregolari non tornano “nei Paesi di origine” ma finiscono nei campi di detenzione libici dove vengono pestati, umiliati, derubati e torturati. Alcuni muoiono ammazzati di botte. E così si è aperta una nuova rotta nel mercato degli schiavi: da Nord a Sud, dalla Libia al resto dell’Africa. Nel frattempo gli introiti degli “scafisti del deserto” raddoppiano: fanno il pieno sia all’andata che al ritorno. I clandestini sono merce di scambio: la Libia li trattiene, l’Italia in cambio toglie l’embargo e fa affari d’oro. Non basta barattare un gasdotto o un’autostrada per fermare l’immigrazione clandestina, soprattutto se i ribelli di mezza Africa sono addestrati, armati e riforniti proprio in Libia.

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