11/05/2008   17:25 954

Come gli indiani d’America


Sono affacciata al balcone che dà sul cortile, e osservo l’attività delle botteghe e dei laboratori che si aprono sulla strada. Accanto a un fuoristrada, una bionda secca e abbronzata chiacchiera con la proprietaria del negozio di usato per bambini. E’ evidente che la sciura non acquista in loco, ma fornisce indumenti griffati dismessi in fretta dai suoi pargoli. Il grossista di cancelleria smette di caricare il furgone e scambia qualche parola. Da quello che sento, commentano in modo poco lusinghiero sulle straniere che vivono nel quartiere, probabilmente le stesse che acquistano le scarpe usate e puliscono il sedere dei loro figli. Tra l’altro, la bottegaia ha tre figlie pessime che nessuna babysitter è riuscita a sopportare a lungo. Negli ultimi mesi ne hanno cambiate almeno sei, donne di vari colori ma tutte con lo sguardo vacuo di chi non trova alcuna gioia nel proprio lavoro. Da un’altra porta emerge il ragazzo indiano che lavora come factotum in un elegante mobilificio. Il suo gusto e la sua grazia gli hanno conquistato la fiducia del capo che gli lascia carta bianca nell’allestimento delle vetrine. Il nostro quartiere rispecchia le contraddizioni esplose nelle ultime elezioni. Gli immigrati lavorano con noi e frequentano le nostre scuole, ma a pochi passi da qui hanno ripreso alla grande il traffico delle sigarette di contrabbando e sicuramente anche traffici peggiori. Un cittadino milanese su sei è straniero, ma la città non è ancora pronta a farsi carico di tutte le criticità di questa convivenza. Un manifesto leghista mostrava l’immagine di un pellerossa e uno slogan che invitava a fermare l’immigrazione per non finire a vivere nelle riserve come gli indiani d’America. Il richiamo è rozzo e violento, ma evidentemente nessuno è stato in grado di fornire argomenti magari più sottili ma altrettanto convincenti ai lombardi che hanno cambiato bandiera.

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