11/05/2008   17:37 748

L 'aprile nero' della psichiatria tra denunce e intralci burocratici


“La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere”. Chi parla è Franco Basaglia, il medico e scienziato promotore della ormai legge istituente la chiusura dei manicomi e la regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio per i malati psichiatrici. Correva il 1978, anno chiave per i destini futuri del nostro paese: allora fu approvato il dispositivo in questione, da Norberto Bobbio definito come “l’unica legge di riforma attuata in Italia”, in quanto nata direttamente dalla pratica. Oggi, a oltre dieci anni dalla chiusura delle case di contenzione, lo stato di numerosi centri di igiene mentale di diverse realtà non risponde sempre ai criteri previsti dalla 180, rimasta in qualche caso sostanzialmente inesplicata e per questo non esente da proposte a essa antitetiche.
L’avvio si giustifica con l’intenzione di parlare della intervista, posta a pagina 4, allo psichiatra Giuseppe De Lorenzo, datata 11 aprile 1998, autore Lorenzo Preziosa che volle così sondare la situazione del Dipartimento di Salute Mentale dell’ospedale “Rummo”: l’attuale assessore al Traffico, infatti, ne era all’epoca responsabile. “Siamo in una zona di passaggio per chi soffre e non ha i soldi per curarsi in una clinica privata”, denunciava amaramente il medico beneventano. Nel ripercorrere le tappe delle diverse denunce di cui fu promotore degli anni, De Lorenzo ricordava come fosse stato proprio il Quaderno a ospitarle e a dedicare al tema un’attenzione altrimenti difficilmente riscontrabile nel dibattito socio-politico operante nel capoluogo sannita. Veniamo a sapere, così, come nel 1998 fossero ancora presenti le irregolari inferriate “da galera”, per non parlare delle ignorate richieste di trasferire il reparto in una zona più consona alle delicate esigenze di medici e pazienti. Una trincea, insomma, ben descritta da Preziosa nel riferire dell’atmosfera del posto: “In reparto un paio di ammalati vagano per le stanze: l’atmosfera generale è quieta, ma un vetro in frantumi rivela i segni di una recente crisi di uno dei degenti”.
Nell’illustrare il clima generale, De Lorenzo dipingeva il reparto come un desolante “parcheggio” di anziani soli e sclerotici, di ubriachi raccolti dalle volanti e, in qualche caso, anche di detenuti. Al tempo dell’intervista, infatti, era stato da poco dimesso un carcerato napoletano, con tanto di piantone armato. “In casi del genere – aggiungeva – normalmente chi può se ne va subito, come nel caso di una famiglia di professionisti beneventani che hanno portato via il figlio dopo un solo giorno”. Aggravava il tutto la penuria degli organici: in qualche circostanza il numero di infermieri a disposizione non era sufficiente a “coprire” il numero di uno ogni tre ammalati, così come stabilito dalla legge. Senza dimenticare la mancanza di collegamento con l’Asl: “Gli attuali vertici ci ignorano completamente, personalmente non ho rapporti diretti con loro”. Ma i problemi in ambito psichiatrico non erano limitati (si fa per dire!) al solo “Rummo”, come apprendiamo dall’articolo a pagina 5 dello stesso numero, questa volta a firma di Sarah Festa. Nel 1996, infatti, era stato ristrutturato l’ex ristorante “Ambrosino” di Contrada San Vitale per dar vita alla “Harmony House”, una residenza dotata di 45 posti letto per ospitare e assistere i malati dimessi dai manicomi nel 1997. La struttura, costata un miliardo e mezzo, era già pronta per il settembre 1997. Arrivato rapidamente il “via libera” dell’Asl, i problemi sorsero quando il sindaco Pasquale Viespoli avrebbe dovuto firmare la necessaria autorizzazione comunale. Questa la motivazione addotta dal futuro senatore: “Non c’è compatibilità tra la struttura e la strumentazione urbanistica”. In pratica, L’”Harmony House” fu edificata in un’area a destinazione agricola e non legata a servizi territoriali. Tafuri, amministratore della società responsabile della “House”, minacciò di adire le vie legali, dopo aver citato a supporto della sua posizione una sentenza del Tar campano. Ma la cosa non preoccupò più di tanto Viespoli che dichiarò di voler ricorrere direttamente alla magistratura per sciogliere il caso.
Storie di ordinaria amministrazione, purtroppo. E se nel primo caso assistiamo alla mancata applicazione di una legge forse migliorabile, ma comunque fondamentale nella definizione dell’Italia contemporanea come paese democratico e civile, il secondo caso testimonia un conflitto di carattere burocratico-amministrativo non infrequente nel Sannio, ma più doloroso e amareggiante del solito, visto il coinvolgimento di una categoria di persone troppo spesso categorizzata nella definizione generica di malati mentali e perciò dimenticata nella sua profonda componente umana.

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