22/02/2008   20:11 962

I proclami morali di Viespoli e l’avvento agitato di Perlingieri


Pagina 2 del “Quaderno” datato 31 gennaio 1998 si apriva con un articolo firmato da Lorenzo Preziosa, incentrato sulla nota emessa da Pasquale Viespoli, all’epoca sindaco di Benevento: il concorso comunale in procinto di svolgersi per l’assegnazione di 64 posti di lavoro. Come annotava il quadernista, il tono del testo si serviva di un lessico più prossimo alla solennità di alcuni proclami sindacali che al burocratese tipico dei bandi pubblici. Sentiamo: “I cittadini che partecipano ai concorsi devono sentirsi garantiti dal rispetto delle regole e devono contare esclusivamente sulla propria preparazione e qualità”. Vista la perdurante penuria di lavoro nel Sannio, si può comprendere come il concorso in questione avesse destato l’interesse di molti cittadini. Tutto nella norma, così come non poteva stupire l’inevitabile processione di “postulanti” alla ricerca della “chiave d’accesso” capace di aprire i cuori dei potenti amministratori, magari attraverso il salvifico “colloquio privato”.
Ed ecco spuntare il Viespoli del 1993, il censore della Prima Repubblica, l’oppositore delle vecchie logiche partitocratiche e clientelari votato a furor di popolo dai cittadini, in molti casi di sinistra, per ripulire il Comune di Benevento dalle losche pratiche pentapartitiche. L’attuale senatore, infatti, anche allora riesumò quel linguaggio mai del tutto abbandonato per scagliarsi contro i “metodi di una volta”, capaci di “determinare un clima in cui si incrociano tentativi di perseguire facili scorciatoie a tentativi di prospettare presunti interessamenti certamente non dettati da fini volontaristici”. Al periodo invero contorto seguiva l’annunci dell’impegno del Comune “per far svolgere le pratiche concorsuali nel pieno rispetto della legalità, della correttezza amministrativa e della dignità di ciascun partecipante”. Immancabile l’appello alla “piena collaborazione” dei cittadini, da attuarsi finanche nella denuncia nelle sedi competenti di operazioni poco chiare o comunque rientranti nello stile aspramente condannato da Palazzo Mosti.

L’opposizione, per mezzo delle parole del capogruppo del Pds, Raffaele Ribaldi, in parte plaudì all’esortazione viespoliana, in parte pose gli accenti critici sulle ragioni della tarda pubblicazione dei bandi, a distanza di ben tre anni dall’approvazione della pianta organica e di due dall’analogo provvedimento riguardante l’approvazione del bilancio”. Non solo: come nella favola di Fedro, in cauda venenum. Tibaldi, infatti, sottolineò l’ovvietà del richiamo del sindaco, “evidentemente costretto a dubitare dell’opera di moralizzazione della vita pubblica che ha voluto condurre a termine in questi anni”. Del resto, il binomio (ossimoro?) morale e politica è argomento sempre attuale e difficilmente rimuovibile dal dibattito. Figuriamoci all’epoca, quando si era a neanche un lustro dal ciclone Tangentopoli.

Cambiamo argomento (e pagina, la n. 4) e parliamo di Università. Nei numeri scorsi abbiamo ricordato “la strada lunga e tortuosa” per ottenere l’autonomia, finalmente arrivata dopo le consistenti mobilitazioni dei vertici politici sanniti, per una volta uniti e compatti. Restava un nodo non da poco: chi sarà il Rettore? Si andò alle elezioni ed il più votato risultò Pietro Perlingieri. Ma la consultazione fu tutt’altro che serena, a confermare quanto sia vero che un buon avvio è fondamentale per la piena riuscita di un progetto. Gli sfidanti erano il giurista e il preside della facoltà di Ingegneria Francesco Garofalo. Perlingieri finì sotto gli strali dei suoi avversari dopo aver indetto egli stesso, in qualità di prorettore, la data delle votazioni. Secondo gli oppositori, non s’era attenuto alla norma sancente l’organizzazione della tornata entro i 60 giorni seguiti all’emissione del decreto ministeriale concessionario dell’autonomia. I manifesti secondo loro apparvero il 15 gennaio, ormai in ritardo: per sanare tale incongruenza il prorettore avrebbe comunque posto la data del 7 gennaio, rientrante nei termini stabiliti. Un gran pasticcio, chiunque avesse ragione, e comunque Perlingieri non si fermò e, ottenuta l’unanimità da un’assemblea semipartecipata (21 su 37 gli aventi diritto presenti) divenne rettore. I protestatari promisero ricorsi al Tar, da Roma arrivarono dubbi sull’effettiva validità dell’atto, ma il senso era, ed è, sempre lo stesso: il buon giorno si vede dal mattino.
Vincenzo Del Core

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