Economia 05/08/2019   10:48 1446

L'analisi. Non esiste ripresa: l'economia dello zero gialloverde


Zero a 360 gradi: questo secondo l’Istat è il risultato di crescita dell’economia italiana nel secondo trimestre. Con poche speranze di trasformare nel resto dell’anno lo zero spaccato in qualcosa di diverso dallo zero virgola.

Ti giri e ti volti, sempre zero è

Per una volta i dati sulla crescita preliminare del Pil del secondo trimestre 2019 non si prestano a manipolazioni. Comunque li si guardi, dicono la stessa cosa: la crescita misurata è zero a 360 gradi, rispetto al trimestre precedente ma anche rispetto a un anno fa (confrontando il secondo trimestre 2019 con lo stesso trimestre del 2018).

Zero è anche la crescita della domanda interna (consumi delle famiglie, investimenti aziendali e spesa delle pubbliche amministrazioni) così come della domanda estera netta (cioè delle esportazioni al netto delle importazioni). E a zero secondo l’Istat è anche la cosiddetta crescita acquisita, cioè la crescita che si otterrebbe in tutto il 2019 se nel terzo e quarto trimestre 2019 la crescita trimestrale fosse pari a zero.

Parlando di crescita acquisita c’è da tenere a mente che essa ha solo un meccanico (ed elementare) significato algebrico, e non ha dunque alcun valore previsivo. Una crescita acquisita zero non vuol dire in automatico che la previsione di crescita del Pil allo 0,2 per cento (su tutto il 2019 rispetto al 2018) che il governo ha scritto nel Def 2019 sia invalidata. Rimane però che, dati i primi due trimestri, se si vuole raggiungere una crescita annua dello 0,2 per cento su tutto l’anno ci vorrà un’accelerazione nei prossimi due trimestri. L’algebra (basta un file excel per calcolarlo) dice infatti che nel 2019 si raggiungerà un +0,2 sul 2018 solo nel caso in cui la crescita registrata nei prossimi due trimestri sia dello 0,2 per cento in ognuno dei due trimestri rispetto al trimestre precedente. Per dire, negli ultimi cinque trimestri la crescita media è stata invece – sorpresona – zero spaccato. Se dunque la crescita acquisita dello zero non deve essere presa come una previsione, il +0,2 previsto dal del governo è legato al verificarsi di un’accelerazione non marginale della crescita nel secondo semestre dell’anno.

Da dove può venire la crescita: dall’estero e dall’interno

Per ottenere l’accelerazione sopra indicata c’è da sperare in buone notizie dall’estero e buone notizie dall’interno.

Dall’estero il quadro è misto. Si dice che l’andamento meno positivo del previsto delle esportazioni italiane abbia un’origine nella persistente guerra commerciale tra Usa e Cina che una settimana finisce e la settimana dopo si riaffaccia in funzione dei volatili tweet del presidente americano e malgrado la stabilità derivante dalla visione di lungo periodo dei cinesi. In effetti, se, con i suoi dazi, Trump sottrae crescita alla Cina, c’è un effetto indiretto sulla crescita delle economie europee: un’America che accelera importerà più prodotti europei, mentre una Cina che decelera a causa dei dazi Usa importerà meno prodotti europei. C’è da calcolare un netto che può variare tra paesi in funzione di tante variabili.

Per farsi un’idea preliminare si può osservare che la Germania esporta l’8,8 per cento del suo export in Usa e solo il 6,8 per cento in Cina, mentre per gli altri grandi paesi europei la differenza è anche più rilevante: l’Italia vende in America il 9,2 per cento del suo export e in Cina solo il 3,8 per cento, la Francia rispettivamente il 7,3 e il 4,1 per cento e la Spagna il 7 per cento contro il 2,3 per cento.

Nell’insieme, a grandi linee e parità di crescita complessiva, se un punto in meno di crescita in Cina si traduce in un punto in più di crescita in America, le economie europee potrebbero beneficiarne. Sta di fatto che, lo ha annunciato ieri Eurostat, anche il Pil dell’eurozona decelera al +0,2 per cento, segno che forse tutti questi vantaggi dalla guerra tariffaria finora noi sono arrivati. In tutti i casi, la nuova guerra valutaria tra le banche centrali Usa e dell’eurozona – hanno annunciato l’attuazione di politiche monetarie più espansive – contro il resto del mondo farà svalutare dollaro ed euro rispetto alle altre valute mondiali (tranne la sterlina che soffre dei piani di hard Brexit del nuovo inquilino di Downing Street Boris Johnson), il che aiuterà gli esportatori americani ed europei (e quindi anche quelli italiani).

Sull’interno un più di crescita potrebbe venire dall’effetto positivo sui consumi del reddito di cittadinanza (contabilizzato nei documenti ufficiali con un +0,2 sull’anno ma che ha visto una platea di beneficiari molto inferiore alle attese) e negli effetti del decreto crescita approvato di recente – un caotico omnibus che include di tutto, varie misure pro crescita come il ristoro del super ammortamento e il rinnovo e l’estensione di vecchi e nuovi finanziamenti per le piccole imprese ma anche misure simbolo anti-crescita che hanno fatto molto discutere come l’articolo che rivisita in senso restrittivo l’accordo Ilva già firmato sulla limitazione di responsabilità dei nuovi proprietari di fronte a rischi ambientali e che rischia di far fermare gli impianti dal prossimo 7 settembre.

Nell’insieme è difficile intravedere stimoli esteri e interni che possano allontanare l’economia dalla stagnazione che il governo gialloverde ha contribuito a peggiorare con la sequenza di annunci e azioni contraddittorie che si sono succeduti nel corso del tempo. L’auspicio – più che un’attesa razionale – è che il valzer danzato quest’anno non si ripeta con la prossima legge di bilancio 2020.

Francesco Daveri - Professor of Macroeconomic Practice alla School of Management dell'Università Bocconi - Tratto dal sito www.lavoce.info, per gentile cortesia

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