Guardia costiera, 888 migranti in salvo a 35 miglia dalle coste libiche (foto di archivio) 17/09/2023   10:1 3973

L'Analisi. L’arrivo di migranti non è una sorpresa


I flussi di migranti verso l’Italia non sono né una sorpresa né un’emergenza. Misure di corto respiro non risolvono il problema, che va affrontato in modo complessivo, considerando il nesso fra migrazioni, instabilità politica e sviluppo economico.

Perché non siamo di fronte a un’emergenza

Negli ultimi mesi è rimbalzata con toni allarmistici la notizia che il flusso di immigrati che approdano in Italia via mare è in aumento. Come riportato da dati del ministero dell’Interno, così come da Frontex, nel primo quadrimestre del 2023 i rilevamenti di attraversamenti lungo la rotta del Mediterraneo centrale sono stati più di 45 mila, tre volte quelli dello stesso periodo dell’anno precedente (gennaio-aprile 2022). Nel complesso, le rilevazioni totali sono aumentate di circa il 30 per cento rispetto al 2022, trainate principalmente dalla rotta del Mediterraneo centrale che rappresenta oltre il 50 per cento di tutti gli attraversamenti irregolari delle frontiere esterne dell’Unione europea.

Ma se si allarga lo sguardo, come il fenomeno richiede, e si considerano nel loro complesso i flussi migratori irregolari e di richiedenti asilo nella Ue, si nota un trend crescente già a partire dall’estate del 2020, per aumentare poi progressivamente nel 2021, nel 2022, fino a oggi (con una stagionalità sistematica, e quindi non sorprendente, che in generale vede una più alta concentrazione degli arrivi da aprile a novembre). Come riportato dagli organismi di monitoraggio del fenomeno (come Consiglio europeo e Unhcr), gli arrivi complessivi nel 2022 sono stati più di 180 mila lungo le tre rotte principali del Mediterraneo (105 mila circa solo lungo la rotta centrale), di cui circa il 10 per cento sono minori non accompagnati. Anche le richieste di asilo sono in aumento, con 76 mila domande solo a febbraio 2023, concentrate in particolare in Germania (25.335), Spagna (12.840), Francia (10.520) e poi Italia (9.840) (dati Eurostat).

I flussi di oggi verso l’Italia non risultano quindi sorprendenti, a maggior ragione se si considerano i nuovi casi di instabilità politica registrati non lontano dalle nostre coste. La Tunisia – che dista meno di 150 km da Lampedusa – vive un periodo di profonda crisi economica e politica, con tassi di inflazione e disoccupazione in aumento, e con un governo che pur di distogliere l’attenzione dai problemi di economia interna ha incitato alla xenofobia e all’odio razziale nei confronti degli immigrati africani che vivono e lavorano nel paese. L’ondata di odio, promossa dallo stesso presidente tunisino Kais Saied, è sfociata in atti di violenza contro i migranti sub-sahariani, inclusi attacchi fisici, sgomberi dalle loro case e dai loro posti di lavoro e arresti arbitrari dei migranti, tra cui donne e bambini. Di conseguenza, molti lavoratori residenti in Tunisia e provenienti da altri paesi – Costa d’Avorio, Guinea, Egitto e Pakistan – hanno deciso di lasciare il paese e cercare asilo in Europa. Cosicché la Tunisia è oggi il principale paese di partenza degli immigrati che arrivano lungo la rotta del Mediterraneo centrale (seguito dalla Libia).

In un nostro lavoro su un precedente shock geopolitico (quello delle primavere arabe del 2011 e dalla fine del regime di Gheddafi in Libia) abbiamo mostrato come il network dei trafficanti sia particolarmente denso e il loro “business” molto rapido nel rispondere e adattarsi alle condizioni locali. Inoltre, la domanda dei loro “servizi” è estremamente elastica al prezzo. Ne è una riprova, per esempio, l’uso di “nuove” imbarcazioni in ferro assemblate in fretta da parte dei trafficanti tunisini, che vengono offerte a prezzi “vantaggiosi” e poi stipate all’inverosimile, con alta probabilità di ribaltarsi in mare aperto.

I flussi migratori e i richiedenti asilo all’interno del continente africano, ovvero persone che vivono in un paese diverso da quello di origine, sono almeno il doppio di quelli che lasciano l’Africa. Esiste quindi una forte domanda di mobilità che incentiva il mercato informale a creare servizi per questi viaggi (in assenza di infrastrutture visibili). Il Nord Africa è in linea di principio un’area di destinazione dei migranti, in quanto chi si sposta vuole rimanere comunque il più possibile vicino a casa. Tuttavia, shock economici e instabilità politica possono spingere molte persone a cercare rifugio in Europa e quindi ad acquistare i servizi di trafficanti che sfruttano la situazione senza scrupoli. Grazie agli smartphone, poi, le informazioni riguardanti le modalità di approccio dei trafficanti, le rotte da seguire e i costi per i servizi di trasporto sono facilmente veicolate fra i potenziali migranti, rendendoli molto reattivi rispetto a nuove opportunità di mobilità verso l’Europa, nonostante i rischi connessi.

La consapevolezza dei rischi

Considerando il forte nesso fra migrazioni, instabilità politica e sviluppo economico, risulta quindi fortemente riduttiva la proposta del governo, all’indomani della strage di Cutro del 26 febbraio 2023, di raggiungere i potenziali migranti attraverso campagne informative, per scoraggiarli dal partire mostrando loro i rischi del viaggio. I flussi ci sono nonostante i rischi, dei quali i migranti sono consapevoli: la spinta a partire è così forte da controbilanciarli.

Per fermare davvero il traffico di migranti – come ripetono spesso i rappresentanti dei governi nazionali ma soprattutto quelli delle istituzioni europee – che fa arricchire bande di criminali sulla pelle delle persone (in 10 anni sono morte circa 25 mila persone nel Mediterraneo), è necessario superare l’ipocrisia dell’esternalizzazione delle frontiere a paesi fragili o instabili.

Non è più il tempo di stupirsi dei flussi in arrivo e di gridare all’emergenza per quella che di fatto è una situazione che dura da decenni, anche sulla spinta delle diverse dinamiche demografiche che sussistono sulle due sponde del Mediterraneo e che non si cambiano in tempi brevi. È necessario aprire canali regolari sulla base di flussi programmati e lavorare congiuntamente con i paesi di origine su formazione, sviluppo di opportunità e rispetto dei diritti. A ciò vanno aggiunti maggiori investimenti sulle politiche di accoglienza e integrazione, per massimizzare i benefici socio-economici delle migrazioni nei paesi di destinazione. Sono politiche difficili (non sbrigative), ma realistiche per cogliere le sfide dello sviluppo globale, da realizzarsi in un contesto non solo italiano ma soprattutto europeo.

Mariapia Mendola - professore ordinario di Economia Politica all’Università di Milano-Bicocca
Giovanni Prarolo - professore associato di Economia Politica all’Università di Bologna)
Per gentile concessione www.lavoce.info

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