America Week – Episodio 49


NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana l’America ha mostrato il suo volto più inquietante a Minneapolis, dove la morte di Renee Good, uccisa da un agente dell’ICE durante un’operazione federale, ha fatto esplodere una crisi che va ben oltre il Minnesota. Il governatore Tim Walz e il sindaco Jacob Frey hanno cercato di contenere la tensione, difendendo il diritto alla protesta e chiedendo chiarezza sull’uso della forza federale. Ma da Washington è arrivato il segnale opposto: non moderazione, bensì sfida. L’amministrazione Trump ha difeso l’agente e ha rilanciato una dottrina che sta diventando sempre più esplicita: protezione totale per l’ICE, anche quando l’uso della forza è letale. Il vicepresidente JD Vance ha parlato apertamente di “immunità assoluta”, mentre Stephen Miller ha detto agli agenti che nessun governatore, sindaco o giudice può fermarli. È un passaggio chiave: l’ICE non è più solo uno strumento di politica migratoria, ma viene presentata come una forza federale “intoccabile”, autorizzata a imporsi sui territori e sulle autorità locali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: scontri, feriti, nuove sparatorie, una città che diventa teatro di una guerra politica.

Ma mentre l’America si spacca dentro, Trump alza il livello anche fuori. L’ossessione per la Groenlandia ha ormai superato il limite della provocazione. Minacce, pressioni, linguaggio da conquista. La Danimarca, membro NATO, ha reagito rafforzando la presenza militare sull’isola, e l’Unione Europea ha parlato apertamente di difesa della sovranità.

In parallelo, Trump agita lo spettro dell’Iran. Al Consiglio di Sicurezza ONU, convocato d’urgenza per le proteste represse nel sangue, l’ambasciatore americano Mike Waltz ha detto senza mezzi termini che mentre all’ONU “si parla e si parla”, il presidente Trump “agisce”. Un messaggio chiarissimo. Dall’altra parte, Russia e Cina hanno bloccato ogni tentativo di legittimazione internazionale, accusando Washington di escalation e interferenza.

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