A Chianche un nuovo Sprar della Caritas Diocesana di Benevento 07/07/2018   11:52 1905

Sprar Caritas Benevento. "Umanita' e senso civico ingredienti necessari per dedicarsi all'Altro"


Quattro i progetti Sprar gestiti dalla Caritas Diocesana di Benevento (Sprar uomini adulti, comune di Roccabascerana; Sprar MSNA, comune di Benevento; Sprar famiglie, comune di Petruro Irpino; Sprar uomini e donne adulte comune di Chianche).

Dopo quanto successo nelle ultime settimane, dalla frode sui centri di accoglienza avvenuta a Benevento al caso Aquarius che ha visto coinvolto il neo ministro dell’ Interno Matteo Salvini, abbiamo contattato Mariaelena Morelli, Psicoterapeuta e Responsabile Area Coordinamento Sprar Caritas Benevento, che ci ha raccontato della sua esperienza lavorativa e di quello che succede all’interno dei progetti Sprar da lei gestiti.

Come opera un servizio Sprar e quali sono i servizi che deve garantire? Quali gli obiettivi da raggiungere?
“I sistemi Sprar - Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo Politico e Rifugiati –nascono per fornire supporto e sostegno morale agli immigrati e sono volti alla costruzione di un processo di empowermentdell’individuo ai fini di unamaggiore integrazione sociale. Questi Sistemi, che differiscono dai centri di accoglienza per la natura di intervento, sono composti da diverse figure professionali dagli psicologi ai volontari perché diversi sono gli interventi che bisogna attuare di volta in volta. L’obiettivo è, dunque, quello di aumentare l’autostima di persone che hanno dei disagi emotivi molto forti, ridare loro dignità, aiutarli ad integrarsi in società completamente diverse dalle loro, fornendo così, le giuste competenze per poter lavorare: non dimentichiamoci, infatti, che parliamo di persone che in alcuni casi ricoprono posizioni completamente diverse dal loro primo impiego o comunque da quello che svolgevano nel loro paese nativo. Al cento del nostro lavoro c’è l’individuo in quanto tale. Certo non abbiamo trovato sempre le porte aperte, ma con il tempo e con lavoro continuo e quotidiano siamo riusciti a creare un duplice percorso di ‘accettazione’, sia da parte dei migranti che da parte dei nostri concittadini. Attraverso il nostro lavoro vogliamo farci promotori di un cambiamento sociale che possa in qualche colmare le perdite e le sofferenze di chi ci chiede aiuto e allo stesso tempo creare nuove opportunità per rivitalizzare la nostra terra ed è proprio in questo contesto che sono nate iniziative come il ‘Manifesto per una rete dei piccoli comuni del #welcome’ volto alla coesione e alla solidarietà sociale”.

Quali sono i tempi di permanenza media dei migranti e da dove provengono principalmente?

“I tempi di permanenza degli accolti variano a seconda delle condizioni di partenza, ma in generale si parte da un minimo di sei a un massimo di due anni, riteniamo il lavoro concluso solo quando l’individuo si sente ‘uno di noi’ e non più ‘uno di loro’. Inoltre ogni Sprar accoglie un numero di famiglie differenti, da 25 a 30: inizialmente ci occupavamo di persone che provenivano dall’Africana Subsahariana, perlopiù rifugiati politici; negli ultimi anni, invece, sono in aumento migranti provenienti dal Medioriente, siriani soprattutto”.

Ci racconti qualche storia particolarmente significativa.

“Ad esempio, mi viene in mente una famiglia, fuggita dall’Afghanistan per persecuzioni religiose a causa delle quali ha perso un figlio, bambino, all’inizio è stata dura, ma gradualmente siamo riusciti a fare dei passi in avanti, adesso il padre fa parte di una cooperativa di comunità (composta da beneficiari Sprar, ex beneficiari e persone del posto) e sono riusciti a ritrovare in parte, ovviamente, un ‘nuovo’ equilibrio. Sono dolori che purtroppo non andranno mai via, ma a poco a poco si può riuscire a ritrovare un po’ di serenità”.

In virtù del vostro impegno e di quanto successo nelle ultime settimane ritiene necessari maggiori controlli o di una governance più efficace?

“Ribadisco il nostro lavoro è volto alla responsabilità etica, non entro nel merito delle vicende che hanno coinvolto i centri di accoglienza, dico solo che c’è bisogno più umanità e senso civico. Non credo ci sia bisogno di maggiori controlli o di una regolamentazione più efficace, basta solo la volontà di volersi dedicare all’ altro”.

Carmen Chiara Camarca

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