07/10/2006   17:20 2100

In morte della Fallaci che visse d'assoluti attraversando un'epoca


“La morte è una ladra che non si presenta mai di sorpresa… La morte si annuncia sempre con una specie di profumo, percezioni impalpabili, silenziosi rumori. La morte si sente arrivare”. Scriveva così, nel 1979, Oriana Fallaci, in “Un uomo”, il racconto della sua storia d’amore con Alekòs Panagulis. Nel libro in cui alcuni suoi critici, persino suoi amici, hanno ritenuto ella descrivesse se stessa, più che l’eroe greco di cui s’innamorò.

Nel ‘93, quando seppe d’avere il cancro ai polmoni, capì che un giorno, non troppo lontano, la morte sarebbe giunta anche per lei. Scampata alle pallottole di Città del Messico, al fuoco incrociato del Vietnam, all’ira di Henry Kissinger, allo sdegno di Khomeini, al ghigno di Yasser Arafat. Alle parole velenose dei suoi detrattori o, peggio, dei suoi amici divenuti nemici. Alle minacce di morte degli ultimi tempi. Al fumo dei pozzi incendiati della prima guerra del Golfo cui sempre attribuì la responsabilità del male che le aveva invaso i polmoni. Graffiati ogni giorno dalle sue sigarette. Cinquanta, durante l’ultimo viaggio in Italia prima della morte, a bordo di un volo che riportava in patria Pier Ferdinando Casini, presidente dei Parlamenti del mondo. Quando la scrittrice confermò di sentire sul collo il fiato della morte che, si dice, l’ossessionasse: “Mi dispiace non leggere i ‘coccodrilli’, gli articoli sulla mia morte. Descriveranno come non ero, metteranno in luce ciò che farà più comodo e non le cose sgradevoli che penso e che ho detto”.
Forse è vero. E mi prende una certa apprensione, quando non angoscia, a sapere di poter rientrare nei peana ch’ella tanto detestava. Sola, mi consola la consapevolezza che probabilmente nessuno è immune da tale rischio.

Se in volo con Casini deve aver percepito il profumo della ladra che stava arrivando a portarsela via, a New York, il 2 settembre, deve aver avuto la percezione ch’essa era a un passo da lei. La morte l’aveva sfiorata al punto che stavano per concederle l’estrema unzione. Il destino le aveva offerto un assaggio di ciò che sarebbe stato. Giusto il tempo perché potesse raccogliere le sue cose e prendere un altro aereo, il 4 settembre, destinazione Firenze. Per spegnersi 11 giorni dopo, tra i silenziosi rumori della città che amava, dalla finestra la cupola di Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto, i tetti della città medicea. Accanto, solo le persone più strette, la mano concessa a monsignor Rino Fisichella che l’estrema unzione alla fine non gliel’ha imposta. Per attenersi a un desiderio espresso, come di consueto, con un monito: “Non provi a convertirmi”.

Si dice che volesse morire da atea. E forse c’è riuscita davvero. Se per theos s’intende Dio. Non però se con quel termine si definisce l’assoluto. Ché Oriana Fallaci ha conosciuto, forse, solo assoluti. Come giornalista, quando si presentò al Corriere con l’intervista a Khomeini e sorrise d’orgoglio perché il quotidiano fu impaginato daccapo, per far spazio al suo pezzo. Come scrittrice, quando sedeva di fronte alla sua Olivetti n. 32 e correggeva col bianchetto ogni imprecisione, controllando la metrica, definendo la punteggiatura. Come amante, mai stata moglie né madre, quando affidò il suo amore ad un uomo scomparso tre anni dopo averlo conosciuto e forse mai rimpiazzato da nessun altro. Come amica, quando interrompeva i rapporti per un articolo ironico (successe con la giornalista di Repubblica Miriam Mafai) o una svista in tipografia (accadde col direttore del Corriere Piero Ostellino). Come traduttrice, quando pretendeva di scriver da sola, nelle lingue che conosceva, i suoi libri, piuttosto che affidarli all’opera, spesso troppo interpretativa, di qualcun altro. Infine come donna che si prendeva tremendamente sul serio, al punto che nel suo “Insciallah” rifiuta il femminile e si definisce autore, invece che autrice.

Averla scoperta a sedici anni, tra le righe di “Un uomo”, il libro che più di tutti ha influenzato la mia concezione dell’etica e dei valori, è stata un’opportunità. Prossima alla fortuna, più che alla sventura. Sicché questo articolo non intende celebrare una donna, né esaltare una giornalista. Nemmeno aspira a valutare una scrittrice e le sue opere. Esprime solo, a mezz’aria, un certo senso di vuoto, di vertigine. Quello che ho provato alla notizia della sua morte. Causata da un cancro che chiamo per nome e cognome, come avrebbe fatto lei. Senza edulcorarlo con locuzioni del tipo “male incurabile”. Perché per vincere il nemico bisogna anzitutto stanarlo. E guardarlo dritto negli occhi. Per affrontarlo succhiando a goccia a goccia la vita. Anzi, com’ella scriveva, la Vita.

Mariano Iadanza


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